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LA POESIA DELLA
SALVEZZA: FRANCO MANZONI (02/06/2005)
Franco Manzoni è un poeta che ha scoperto
l’identità al calor bianco come modo di
penetrare “l’intimità più intima”. La forza
della persuasione è tutta nel dire e nel far
capire, nel significare. Manzoni si sente
felicemente immerso in situazioni che generano
parole di salvezza, dentro un sistema di
connessioni vitali, di amicizie, amori,
frequentazioni, eredità di famiglia. Solo
attraverso lo svelare ciò che di solito resta
pudore e riservatezza, si può conoscere l’uomo e
il suo giacimento interiore più prezioso.
Manzoni gioca la sua scoperta insindacabile in
un questa sponda con la verità (segreta) che
viene aspirata senza reticenza. En sombra de
grito (Madrid, Devenir, 2001), è l’antologia
bilingue uscita in Spagna per le edición de
Emilio Coco, e che offre il panorama più
esaustivo di una lunga vicenda poetica iniziata
negli anni ottanta. Manzoni, nato a Milano nel
1957, giornalista, paroliere, responsabile della
rivista “Schema”, collaboratore del “Corriere
della Sera”, si presenta al pubblico italiano e
spagnolo con la sua “carezza gentile”, come in
un verso sancisce, in un viaggio di anima e
corpo, di luci e ombre, di dicotomie
conciliabili in un sogno eternamente vivo perché
realizzabile. Sogno di purezza, di fanciullezza,
ma soprattutto di disarmante sincerità. E’ la
poesia dei genitori, dei padri, delle madri
quella che richiama in modo indefettibile il
tremore del ricordo. Se la spudoratezza è
veramente autentica, il poeta ha centrato il suo
scopo e fa presa sul lettore. Annusare l’aria,
amare e ringraziare: gesti umili e impossibili
da dimenticare. E’ gioia perfino affrontare
l’agonia, ci dice Franco Manzoni in uno dei suoi
versi più riusciti. Un onesto canzoniere e il
sigillo della sua poesia, mai smaccatamente
autoreferenziale pur nei tratti autobiografici,
ci consegna il segno della “scavatrice” che è
andata a fondo e ha estratto le pepite, per
dirla con Caproni. E’ il prendere le distanze
anche da se stesso, che fa sembrare questa
poesia un’elaborazione alla resistenza contro la
deperibilità del tempo, dell’avvicendarsi dei
morti e dell’età più giovane. L’uomo
contemporaneo potrà salvarsi solo in un ordine
sapiente dei suoi affetti, delle sue aperture al
mondo mai artefatte.
Quando Manzoni
pubblicò Figlio del padre (Castelmaggiore, Book
Editore, 1999), si capì definitivamente che il
filo di continuità, quel nesso mai spezzato tra
l’essere figlio e l’essere padre, aveva
contagiato l’universo e il “segreto abbraccio da
socchiudere” dell’uomo alla ricerca spasmodica
delle sue radici, dei principi saldi di chi
continua nell’odierno tramandando la propria
eredità di sguardi, di tratti somatici, di
sapienza: appunto, di verità (“non vengo per
caso da un qualcuno / son figlio del padre di
mio padre / figlio del padre servo di nessuno /
un grande padre capace di chiedere perdono /
sfidare i giorni gridando
d’amore…”).
Franco Manzoni riporta in
superficie i suoi protagonisti, che sono anche
persone non delineate nella loro completezza,
nel loro ruolo. Il campionario è vasto oltre la
famiglia, è un’eco di esistenza (come recita il
titolo di una poesia) irradiata in più cerchi
concentrici. Il presente ricuce la speranza,
l’inquietudine, un tutto che si esplica nella
“sinfonia” musicale del verso: ritmico e secco,
mai ansiogeno. La pacificazione di Manzoni
incrocia situazioni strettamente personali e il
senso della storia, della lontananza, del
riappropriarsi di qualcosa che è svanito, o
meglio che non si può trattenere (“vado via / in
ombra di grido / a te m’affido ancora sempre /
squarciandosi il nero velo della
mente”).
Guido Oldani parlò di assetto
tagliente e sonoro. Sbocciano le generazioni e
il tempo va di fretta, sembrerebbe dirci Franco
Manzoni. Ma la partita non è persa, non è mai
resa: la tenacia in questo essere e rimanere
figlio e padre, è anche il carattere di una
visione sensitiva. Non contano le cose senza la
loro sostanza. “L’ora tempera il cervello”
quando dietro c’è un’immagine, un sibilo, una
gioia che non si stanca di affiorare, come in un
canto che viene dal proprio
sole.
Alessandro Moscè
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