La poesia della salvezza:
Franco Manzoni
Franco Manzoni è un poeta che ha scoperto l’identità al calor
bianco come modo di penetrare “l’intimità più intima”. La forza della
persuasione è tutta nel dire e nel far capire, nel significare. Manzoni si sente felicemente immerso in situazioni che
generano parole di salvezza, dentro un sistema di connessioni vitali, di amicizie, amori, frequentazioni, eredità di famiglia. Solo attraverso lo svelare ciò che di solito resta pudore e
riservatezza, si può conoscere l’uomo e il suo giacimento interiore più
prezioso. Manzoni gioca la sua scoperta
insindacabile in un questa sponda con la verità
(segreta) che viene aspirata senza reticenza. En sombra
de grito (Madrid, Devenir,
2001), è l’antologia bilingue uscita in Spagna per le edición
de Emilio Coco, e che offre il panorama più esaustivo
di una lunga vicenda poetica iniziata negli anni ottanta. Manzoni,
nato a Milano nel 1957, giornalista, paroliere,
responsabile della rivista “Schema”, collaboratore del “Corriere della Sera”,
si presenta al pubblico italiano e spagnolo con la sua “carezza gentile”, come
in un verso sancisce, in un viaggio di anima e corpo,
di luci e ombre, di dicotomie conciliabili in un sogno eternamente vivo perché
realizzabile. Sogno di purezza, di fanciullezza, ma soprattutto di disarmante
sincerità. E’ la poesia dei genitori, dei padri, delle madri quella che
richiama in modo indefettibile il tremore del ricordo. Se
la spudoratezza è veramente autentica, il poeta ha centrato il suo scopo e fa
presa sul lettore. Annusare l’aria, amare e ringraziare:
gesti umili e impossibili da dimenticare. E’ gioia
perfino affrontare l’agonia, ci dice Franco Manzoni
in uno dei suoi versi più riusciti. Un onesto canzoniere e il sigillo della sua
poesia, mai smaccatamente autoreferenziale pur nei
tratti autobiografici, ci consegna il segno della
“scavatrice” che è andata a fondo e ha estratto le pepite, per dirla con
Caproni. E’ il prendere le distanze anche da se stesso, che fa sembrare questa
poesia un’elaborazione alla resistenza contro la deperibilità del tempo,
dell’avvicendarsi dei morti e dell’età più giovane. L’uomo contemporaneo potrà
salvarsi solo in un ordine sapiente dei suoi affetti, delle sue aperture al
mondo mai artefatte.
Quando Manzoni pubblicò Figlio del padre (Castelmaggiore, Book Editore, 1999), si capì
definitivamente che il filo di continuità, quel nesso mai spezzato tra l’essere
figlio e l’essere padre, aveva contagiato l’universo e
il “segreto abbraccio da socchiudere” dell’uomo alla ricerca spasmodica delle
sue radici, dei principi saldi di chi continua nell’odierno tramandando la
propria eredità di sguardi, di tratti somatici, di sapienza: appunto, di verità
(“non vengo per caso da un qualcuno / son figlio del
padre di mio padre / figlio del padre servo di nessuno / un grande padre capace
di chiedere perdono / sfidare i giorni gridando d’amore…”).
Franco Manzoni riporta in superficie i suoi
protagonisti, che sono anche persone non delineate nella loro completezza, nel
loro ruolo. Il campionario è vasto oltre la famiglia, è un’eco di esistenza (come recita il titolo di una poesia) irradiata
in più cerchi concentrici. Il presente ricuce la speranza, l’inquietudine, un
tutto che si esplica nella “sinfonia” musicale del
verso: ritmico e secco, mai ansiogeno. La pacificazione di Manzoni
incrocia situazioni strettamente personali e il senso della storia, della
lontananza, del riappropriarsi di qualcosa che è svanito, o meglio che non si
può trattenere (“vado via / in ombra di grido / a te m’affido ancora sempre /
squarciandosi il nero velo della mente”).
Guido Oldani parlò di assetto
tagliente e sonoro. Sbocciano le generazioni e il tempo va di fretta, sembrerebbe dirci Franco Manzoni. Ma la partita non è persa, non è mai resa: la tenacia in
questo essere e rimanere figlio e padre, è anche il carattere di una visione
sensitiva. Non contano le cose senza la loro sostanza. “L’ora tempera il
cervello” quando dietro c’è un’immagine, un sibilo, una gioia che non si stanca
di affiorare, come in un canto che viene dal proprio sole.
Alessandro Moscè
trasmesso da Giuliana de Antonellis
http://www.milanopress.it/arte.htm